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La resistenza degli Iliesi: un evento storico che l’archeologia non smentisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Ugas   
Venerdì 20 Gennaio 2012 18:08

di Giovanni Ugas

La scoperta archeologica di Sirilò: un’interpretazione - L’amica e collega Maria Ausilia Fadda, autrice di tante e importanti indagini archeologiche, ha effettuato un’interessante scoperta nel sito di Sirilò in agro di Orgosolo a oltre 1000 metri di altezza. Si tratta di un abitato persistito dall’età del Bronzo sino ai tempi del dominio romano nell’isola.

Sighi a lèghere
 
Yhwh e la scrittura nuragica: un successore di Aaronne con il 'diadema della Santità' nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari PDF Stampa E-mail
Scritto da Gigi Sanna   
Sabato 17 Dicembre 2011 17:36

di Gigi Sanna

Dedicato al mio maestro G. Lilliu

1. Yhwh il dio dei Sardi nuragici - Nel mio post precedente (Yhwh e la scrittura nuragica: il log e il recipiente biblico del rito dei Leviti per la purificazione) abbiamo visto, documentato nel frmmento in ugaritico e in protocananaico di Sa Serra 'e sa Fruca di Mogoro (1),

Sighi a lèghere
 
Yhwh e la scrittura nuragica: il log e il recipiente biblico del rito dei Leviti per la purificazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Gigi Sanna   
Venerdì 25 Novembre 2011 10:47

di Gigi Sanna

1. Il pronunciamento del prof. Pettinato sul 'cuneiforme' presente nell'oggetto. - Era noto ed è noto che sul detto documento, rinvenuto in località Serra 'e sa Fruca di Mogoro,  ci fu subito un notevole interesse nonché un chiaro pronunciamento da parte del prof. Pettinato in quanto lo studioso orientalista ravvisò subito in esso la presenza di cunei di tipologia ugaritica (1).

frammento
Fig. 1. Il frammento di Sa Serra 'e Sa Fruca (Mogoro)

Sull'interesse e sul pronunciamento 'tecnico' però, in tanti anni, nonostante nostre diverse sollecitazioni (2), non fu spesa  mai una sola parola 'ufficiale',  né da parte di  archeologi né da parte di funzionari della Sovrintendenza sarda; così come, da quanto ora bene si sa (3), non fu prestata la dovuta attenzione da parte del dott. Antonello Costa, l'archeologo che rinvenne il coccio, affinché  ne fosse data tempestiva comunicazione ed affinché esso  venisse, come di dovere, non solo catalogato ma anche ben custodito in qualche Museo. Mancata segnalazione,  custodia e visibilità che appaiono  tanto più strani in quanto il dott. Costa è stato, per tanto tempo, il curatore del Museo di Senorbì,  luogo dove sono esposti numerosi reperti provenienti dagli scavi nell'agro mogorese (Serra 'e sa Fruca).
Dopo un silenzio durato oltre trenta anni su di un caso clamoroso di autorevole pronunciamento epigrafico, di cui erano a conoscenza non pochi studiosi e archeologi, in seguito alla pressioni della nota petizione popolare in Parlamento a firma dei Senatori Massidda e Sbarbato,  la Sovrintendenza si decise, in quanto costretta e messa, per così dire, alle corde, a dare finalmente spiegazioni sul reperto al Ministro e, indirettamente (ma con evidente speranza, anzi quasi la certezza,  che la relazione rimanesse segreta e solo circoscritta in certi ambiti) al pubblico.
In sostanza sull'oggetto (ma la petizione riguardava anche lo 'imboscamento', vero o presunto, di altri documenti epigrafici ancora) si chiedeva: perché, essendo trascorso così tanto tempo, non era mai stata data comunicazione e informata l'opinione pubblica circa un ritrovamento di straordinaria  importanza?  Dove era stato trovato e dove era custodito il reperto? Chi lo custodiva e da quando?  Perché, soprattutto, la volontà di  tacere ad oltranza su di un reperto così significativo, proprio  in un momento nel quale il rinvenimento di non pochi documenti scritti (in bronzo, in ceramica e in pietra) riapriva improvvisamente quanto clamorosamente una 'quaestio' archeologica mai completamente sopita e faceva presumere la presenza della scrittura in un periodo della storia della Sardegna che la maggior parte degli studiosi e dei ricercatori asserivano essere privo di alfabetizzazione?
Ora finalmente si sa: quel documento c'era stato, come c'era stato effettivamente, il pronunciamento del prof. Pettinato, anche se si cerca di obiettare e di sostenere che la Sovrintendenza allora (e dopo)  ignorava totalmente la cosa per la sola colpa evidente di un archeologo nonché curatore di un museo che non aveva relazionato e fatto il suo dovere (questa in sostanza la motivazione del silenzio durato per decenni). Tanto poco il suo dovere che di quel documento non rimaneva traccia, al momento, da nessuna parte. Sparito. Restava però qualcosa di esso: una  fotocopia di fotografia (allegata alla relazione del Sovrintendente), brutta quanto si vuole, ma comunque attestante in qualche modo l'aspetto del coccio mogorese.

minoja

2. L'interrogazione parlamentare dei senatori Massidda e Sbarbato. - Ora, dal momento che intendiamo dire qualcosa e argomentare su quell'aspetto, per correttezza sarà bene, prima di esaminare paleograficamente ed epigraficamente un documento, a nostro giudizio, con segni di scrittura  riconducibili all'età del bronzo finale (XIV -XIII secolo a.C.), riportare il giudizio archeologico, cosiddetto 'tecnico'(4), del dott. Minoja (o di chi per lui), in opposizione a quello ugualmente 'tecnico'  del prof. Pettinato, assiriologo, conoscitore degli alfabeti di tipologia  cuneiforme tra i primi al mondo. Giudizio di cui, è bene sottolinearlo,  non si tenne minimamente conto (colloquiando per lo meno con  lo studioso), con la scusa davvero puerile che il poco tempo e l'urgenza del rapporto  non avevano reso assolutamente possibile, tramite gli Uffici della Sovrintendenza, sentirne il parere completo e definitivo (5) .


3. Frammento di ceramica trovato non in località Puisteris ma nel sito nuragico di Sa Serra 'e sa Fruca. - Come si può notare,  pur di negare la presenza del cuneiforme e quindi, conseguentemente la scrittura presente nell'oggetto, con un  'giudizio' che non si capisce bene se personale o no, si attuano per una pagina intera, sulla base fotografica della sua forma (riportata, tra l'altro, da una sola angolazione) e dei segni giudicati soggettivamente quanto arbitrariamente 'decorativi', delle avventurose comparazioni archeologiche con oggetti, addirittura, del periodo neolitico e più precisamente della cultura cosiddetta di  Ozieri; con vere e proprie disquisizioni su 'vasi a cestello', su  'trattini disordinati e di diversa forma', su  'paste' che tenderebbero ad uniformare e confondere segni a 'graffi', su  tecniche decorative a 'segmenti dentellati', su  'cerchi tangenti  in forma di numero otto' e su quant'altro. E, al fine di suggestionare con i riferimenti  e di  mettere quasi il timbro decisivo sulla età e sulla natura del coccio, si argomenta, quasi fosse un dato certo e inoppugnabile, mentre non lo è affatto, di un reperto di cultura neolitica rinvenuto in una certa  'sacca' (Serra 'e Neula) che avrebbe dato reperti di sola tipologia neolitica. Asserzione, si badi, tanto più stupefacente in quanto in netta contro tendenza al fatto che in molti sapessero, per pronunciamento di autorevoli archeologi (tant'è che sulla base di detto pronunciamento  il sottoscritto e Gianni Atzori hanno denunciato – v. nota 2 – in libri e riviste lo scandalo del probabile 'imboscamento' e dell'assurdo  silenzio per più di un decennio!), che il coccio era stato trovato in località 'Serra 'e sa Fruca, cioè in un sito con ceramica di tipologia nuragica, luogo  ben diverso da quello neolitico di Serra 'e Neula (Puisteris). Stupefacente  ancora perché  la presenza nel Museo di Senorbì di numerosi reperti di sola facies nuragica rinvenuti in  località 'Serra e sa Fruca' e non in Puisteris faceva  perlomeno sospettare (anche lasciando per un momento da parte le testimonianze orali degli archeologi)  che anche quello esaminato dal prof. G. Pettinato (alla presenza del dott. Costa) provenisse da questa località.


4. Chi ha ragione? Pettinato o la Sovrintendenza di Cagliari? - Stante dunque  il tenore della lettera del funzionario spedita al Ministero, chi dunque ha  ragione? L'esperto epigrafista prof. Pettinato, con l'insistere (anche a  trent'anni di distanza!) sul cuneiforme o  il dott. Minoja (non epigrafista, non paleografo, non  orientalista e non esperto di segni cuneiformi) che presume di parlare (come ne parla, cioè come la bocca della verità) 'tecnicamente' dell'oggetto solo dal punto di vista archeologico? Lasciamo andare l'approccio metodologico al documento del tutto sbagliato e indisponente perché unilaterale e senza alcuna dialettica scientifica. Ma non sarebbe stato questo proprio il caso,  data la estrema delicatezza dell'argomento e il doveroso rispetto per il coinvolgimento di un così illustre studioso, che un funzionario di altissima responsabilità  avesse usato il cosiddetto 'buon senso' e si fosse attenuto solo alla risposta circa l'esistenza o meno di un determinato oggetto? Oggetto del quale si chiedevano, in fondo, data l'incertezza e  il lunghissimo silenzio, solo lumi se esistesse o meno e non tanto un parere sul dato epigrafico o anepigrafico (che naturalmente si sarebbe potuto appurare meglio in seguito, solo con la dichiarazione affermativa di quella presenza e della sua visibilità). Non sarebbe stato un comportamento più logico, rigorosamente scientifico, che un archeologo in quanto solo archeologo fosse andato molto più cauto nelle dichiarazioni e che, per ignoranza assoluta di conoscenze  della disciplina  epigrafica, avesse sospeso prudentemente ogni giudizio? In attesa magari di altri pronunciamenti ancora oltre a quello,  non certo impressionistico, di un archeologo ed di un epigrafista assieme? Ripetiamo: di un archeologo e di un epigrafista assieme, di lunghissima esperienza e di altissima caratura internazionale. Di un archeologo e di un epigrafista eccezionale, scopritore e, come tutti sanno, illustratore, attraverso l'esame e la lettura di migliaia di documenti in cuneiforme, della civiltà di Ebla (6).


5.  I punti immediati a favore del prof. Pettinato. - Ora, la recente dipartita  del prof. Pettinato, la scomparsa dell'oggetto stesso e le dichiarazioni 'autorevoli' della Sovrintendenza al Ministro sembrerebbero, stando almeno all'apparenza, aver concorso a mettere  quasi una pietra tombale sulla vicenda ed impedire, chissà per quanto tempo ancora, ogni possibilità di ulteriore discussione sul frammento fittile di Sa Serra 'e sa Fruca.
Invece le cose per noi stanno ben diversamente perché 'anche' la sola foto del documento (quella così poco proficua dal punto di vista formale archeologico), nonostante tutto complotti a nascondere l'identità di esso, riesce 'comunque', per tutta una serie di riscontri, a dare piena ragione al reiterato pronunciamento del prof. Pettinato. E vediamo perchè.

6.    La visione empirica dell'oggetto. - In primo luogo si noti la cosa più semplice, empiricamente o oggettivamente la più naturale e scontata, quella che, in quanto tale, tutti subito e senza sforzo notano. La forma dei segni  (v. fig.2), di tutti i segni,  risulta essere  di tipologia 'cuneiforme' o, se si preferisce (come sarebbe forse da preferire in questo caso) 'a chiodo' (keilschrift); cioè con la punta sempre rivolta verso il basso e la testa 'taurina' (7) verso l'alto. Dei 'tre segni' il primo è quello che più degli altri manifestamente registra, per un motivo che vedremo meglio più avanti,  la scrittura tipica del cuneiforme (v. ancora fig.2).

Figura 2

In secondo luogo si noti la sequenza dei segni: due cunei verticali stanno in alto, subito al di sotto della rottura dell'oggetto, tre cunei affiancati stanno subito dopo ed un solo cuneo per ultimo. Anche uno studente di assiriologia e orientalistica  alle prime armi noterebbe che, incisa nella ceramica, non appare una serie scomposta e  'disordinata'  di segni ma, al contrario, una sequenza ben ordinata, stante il ductus  chiaramente intenzionale. Infatti, essi tendono a seguire una ben precisa linea curva (8) immaginaria (che rispetta l'andamento del grande cerchio tracciato nel manufatto). Noterebbe ancora che sia il secondo che il terzo segno, a partire dall'alto, suggeriscono subito le lettere ugaritiche 'lamed' e 'gimel'. E noterebbe infine che i due minuscoli cunei che a loro volta ordinatamente precedono l'ordinata sequenza, tracciati  al di sopra dei detti segni fonetici alfabetici individuabili,  possono essere (solo) o la lettera 'sade' o la terminazione della lettera 'yod' (v. figg. 3 -4) .

Fg 3
Fig 4

Ora, bisognerebbe che il dott. Minoja (o chi per lui), per essere convincente dal punto di vista 'tecnico' archeologico, ci mostrasse uno ed un solo esempio (noi nella nostra ricerca non ne abbiamo trovato alcuno!)  di 'cestello' della cultura Ozieri che riporti, non dico quei tre segni in fila così ben ordinati a semicerchio, ma due soli segni a graffi, anche 'disordinati' spazialmente, ma che diano, in qualche modo (anche approssimativamente), quelle o, eventualmente, altre forme alfabetiche significanti con il loro preciso significato fonetico. Non solo; bisognerebbe che riuscisse a dimostrare ancora che le supposte decorazioni di detti cestelli neolitici presentano dei segni in qualche modo con aspetto cuneiforme ma seguiti, ancora ordinatamente, in sequenza, da tre graffi-lineette come quelli che si trovano subito dopo il segno del 'gimel (fig.5)

Fig 5
Fig 6
Fig 7

Cosa può aver dunque osservato con i suoi occhi espertissimi  il prof. Pettinato e puntualmente registrato  se non questo che con la nostra analisi del documento andiamo dicendo? Impressionato il grandissimo  assiriologo, a mio parere, non tanto dalla forma specifica dei segni (la tipologia del cuneiforme, come si sa, è molto vasta) quanto dal fatto che tutti e tre i segni, così come riportati dal frammento fittile, non potevano essere accidentali o decorativi in quanto  facevano chiaramente parte della sequenza dell'alfabeto ugaritico.  Ed ecco perché si è parlato subito (in una discussione avvenuta certamente in modo articolato ma che, purtroppo, non è dato sapere) di ugaritico e non di 'cuneiforme' in generale. Ecco ancora  il motivo per cui  il dott. Raimondo Zucca, discutendosi nel mio studio con Gianni Atzori  circa l' ugaritico presente in tutte le tavolette di Tzricotu, non ha parlato con noi di generico cuneiforme ma solo di segni 'ugaritici circa il coccio rinvenuto a 'Sa serra 'e sa Fruca'. Semplicemente perché in quel coccio insistevano solo, visivamente e oggettivamente non discutibili,  segni ugaritici:  due certi in successione e un altro incerto ma comunque pur sempre ricavabile, data la fissità, pur nella diversità tipologica, del disegno delle lettere  che caratterizzano l'alfabeto dell'antica città siriana (cananaica).   
Ma il frammento fittile di Sa Serra e Sa Fruca di Mogoro  non compare certo come una novità circa i  segni  cuneiformi, in quanto già da anni si sapeva, grazie alla documentazione delle tavolette bronzee di Tzricotu di Cabras (v. figg.6, 7), che gli scribi  nuragici adoperavano, con piena conoscenza dei significanti e, si direbbe, incredibile perizia  (9),  i trenta  simboli cuneiformi  ugaritici.

7.   I tre trattini verticali - Come si è detto il segno cuneiforme del 'gimel' è seguito da tre trattini leggermente obliqui, costituenti un segno anch'esso in quanto è il numero 'tre', così come proprio lo scrivevano  i nuragici (v. figg. 9 -10 -11) i quali per notare le unità ricorrevano ai punti oppure, come i semitici del protosinaitico e come gli egiziani (v. fig. 8), alle barrette più o meno verticali (10).
Quindi non si tratta di 'graffi' neolitici 'differenti' rispetto ai primi, come cerca di far intendere il dott. Minoja, ma di segni di un noto codice alfabetico i primi e di segno numerale il secondo. Aspetto anche questo della scritta del documento che non credo possa essere sfuggito all'esame epigrafico del prof. Pettinato.

Fig 8
fig 9
Fig. 9. Coccio di Pozzomaggiore . Il numero 4

8.    I segni protocananaici - Ma il dato epigrafico che colpisce di più del documento sono i segni successivi quelli che, nonostante tutto, la fotografia, anche se non nitida, riesce ancora a far leggere. Infatti si nota - anche a occhio nudo e senza ricorso a nessun ingrandimento - che al di sotto delle tre barrette verticali corrono, molto piccoli (11) ma pur sempre leggibili, ben cinque segni, pittografico-lineari, di tipologia protosinaitico-protocananaica: un 'sade', un 'ayin' , un 'nun', un 'yod' e un 'lamed' (v. fig. 13). Solo quest'ultimo appare non  del tutto chiaro e non si capisce se sia agglutinato o meno ad un altro 'yod'. Essi, come i precedenti di tipologia ugaritica, seguono a semicerchio la curva ideale che rispetta, come si è detto, la curvatura del grande cerchio (12) di cui è rimasta all'incirca la metà della traccia originaria. I segni complessivi non sono dunque solo i tre di tipologia cuneiforme ugaritica e quello numerale ma anche i cinque segni di tipologia protosinaitico-protocananica che seguono subito dopo.  A cui però si aggiunge il motivo geometrico a cerchio per un totale di dodici segni (v. fig. 13 e nota 12).

9. I segni del coccio di Sa serra 'e sa Fruca di Mogoro e le tavolette sigillo di Tzricotu di Cabras. - Naturalmente il numero delle barrette seguito da una seconda tipologia segnica diversa dall' ugaritico non sorprende affatto e anzi giunge quanto mai opportuna dal punto di vista filologico  circa la documentazione scritta nuragica  perché il documento di Sa Serra 'e Sa Fruca di Mogoro mostra  un'organizzazione del testo, sia pur in forma molto più breve, che affianca e conferma quella dei quattro documenti di Tzricotu di Cabras. Infatti, sia nell'uno come negli altri si registra la numerologia del tre, la presenza del cuneiforme ugaritico nonché quella  dei segni sia pittografici che lineari del cosiddetto prototacanaico. E giunge tanto più opportuna in quanto anche il coccio mogorese non poteva essere 'tutto' in ugaritico in quanto anch'esso ubbidisce a certe qualità  e cioè a quelle che, nella Conferenza di Sassari del 29 Ottobre scorso, abbiamo annunciato essere necessarie per un 'congedo' di approvazione scribale circa la scrittura sacra, organica alla divinità venerata dalle popolazioni nuragiche del secondo e di buona parte  del primo Millennio a.C.
Infatti, se esso si sottopone, così come ultimamente abbiamo fatto anche per la 'scritta' del dischetto nuragico del Nuraghe Palmavera (13), alla griglia di dette qualità necessarie o 'requisiti', si noterà che la maggior parte di essi risultano presenti nel frammento di ceramica di Sa Serra 'e sa Fruca .
Ma prima di eseguire l'operazione sarà bene cercare di fare ancora un passo in avanti e tentare di capire, se possibile,  che cosa ci dice quella scritta con quel 'rebus' di segni apparentemente così difficile da risolvere;  ma solo per chi ancora non ha assuefazione non solo alla  particolare scrittura ma anche al lessico, quasi sempre formulare, dei  documenti sardi che abbiamo chiamato 'nuragici'.

Fig 10 Fug 11
Fig. 10, Ciondolo di Antas di Allai. Il numero 5. 
Fig. 11.  Vaso di  Arzachena. Il numero 6 (3 + 3)
Fig 12 Fig 13
Fig.12  
Fig.13. I 10 segni più 2 (mancanti)

 

10. Il significato della scritta. - La sequenza dei segni di scrittura del documento di Sa Serra 'e sa Fruca' , a partire dall'alto (14), è la seguente:
NR[ ..] Y LG 3 S'AN IL
e cioè Luce [..] y log di Lui Santo Il
Le parole 'tre' , 's'an', 'il'  sono tutte note per significato perché ben attestate nella documentazione scritta nuragica. Il tre' indica o il determinativo o lo stesso nome della divinità yhh (15); l'appellativo 's'an' ha il significato di 'santo' (16) e 'Ili' è 'nome' fondamentale della divinità cananaica (17). Ora, uno potrebbe anche opporsi ad oltranza e dubitare della presenza nel documento del nome YHH/IL ('El Yhwh)  della Bibbia e potrebbe invocare a sostegno del dubbio  l'incertezza (lettura difficoltosa dell'ultima lettera) e anche l'arbitrarietà (un numero, un nome)  nel dare questa lettura. Ma se si osserva solo un po' è proprio la parola scritta in ugaritico che precede il 'tre' a barrette che svela la natura delle barrette stesse e garantisce la presenza del nome 'completo (IL IHH) della divinità sarda di origine semitica (18).
Log  (??)  infatti è, come sanno bene tutti i biblisti, voce  molto particolare quanto antica del VT.  Essa si trova attestata proprio nel libro della Bibbia che parla delle rigorose quanto minuziose prescrizioni a cui si devono sempre attenere i Leviti durante le cerimonie cultuali sacrificali in onore del Signore (Yhwh). Più precisamente la voce si riscontra in Lev. 14, 10; 14, 12; 14,15 e sempre in Lev. 14, 21. Esaminiamo i quattro brani.


11. I passi del Levitico in cui si cita il 'log'. - 1) ' L'ottavo giorno prenderà [il sacerdote] due agnelli senza difetto, un'agnella di un anno senza difetto, tre decimi di fior di farina, come oblazione, intrisa d'olio, e un log d'olio (14:10)'.
2) ' Il sacerdote prenderà uno degli agnelli e l'offrirà come sacrificio per la colpa, con il log d'olio e li presenterà come offerta  agitata davanti al Signore (14:12)'.
3) 'Poi il sacerdote prenderà dell'olio del log e lo verserà nella sua mano sinistra; quindi attingerà il dito della sua destra  nell'olio che avrà nella sinistra e con il dito farà sette (19) aspersioni  di quell'olio davanti al signore. Del rimanente dell'olio che avrà in mano il sacerdote ne metterà  sull'estremità dell'orecchio destro di colui che si purifica, sul pollice della sua mano destra e sull'alluce del suo piede destro, sopra il sangue del sacrificio della colpa. Il resto dell'olio che avrà in mano, il sacerdote lo metterà sul capo di colui che si purifica; così il sacerdote farà per lui l'espiazione  davanti al Signore ' (14: 15, 16,17).
4) ' Se quel tale è povero e non può procurarsi queste cose,  [il sacerdote] prenderà un solo agnello da offrire in sacrificio per la colpa, come offerta agitata, per fare l'espiazione  per lui, un solo decimo di efa di fior di farina intrisa d'olio, come oblazione , e un log d'olio (14: 21)
Nel Levitico dunque si afferma, in tutti i passi, che durante i sacrifici degli agnelli per la colpa e per l'espiazione il sacerdote userà il log d'olio, ovvero il recipiente cultuale per Yhwh (il Signore) nel quale si trova l'olio 'santo' purificatore. Ora, detto recipiente cultuale conteneva una certa quantità di prodotto che è appunto il 'log', ovvero una misura di liquidi di circa mezzo litro (0.48).  
Risulta  dunque evidente che quel frammento di coccio di Sa Serra 'e sa Fruca di Mogoro altro non fosse, come dice chiaramente la scritta in mix, con caratteri cuneiformi e protocananaici, che una parte del 'vaso', o meglio,  della 'ciotola' di cui ci parla diffusamente un libro della Bibbia. Per conseguenza anche la ciotola mogorese doveva essere utilizzata dai sacerdoti per il rito della purificazionne e dell'espiazione con l'olio santo davanti a yhwh. E forse proprio per la sua particolare funzione e l'importanza nel rito l'oggetto portava quella scritta di segnalazione che lo rendeva 'sacro': ciotola dell'olio  'di  Il Yhh'.  Essa pertanto non poteva essere  usata se non in quei particolari momenti del sacrificio e adibita solo per  quel particolare rito.

12. KLY (כלי). La probabile parola mancante nel coccio mogorese. - Resta però un ultimo particolare per completare, con il necessario rigore filologico e senza lasciare zona d'ombra alcuna, il 'quadro' della scritta. Abbiamo detto prima che i due cunei al di sotto della frattura possono essere solo o un sade o il resto di una parola terminante in yod. Ebbene il segno  'sade'  non può essere, per un semplice motivo, di natura squisitamente paleografica:  i due cunei sono molto più piccoli (all'incirca la metà di quelli successivi) perché vanno a formare una lettera che, composta com'è da tutti (sei) cunei verticali, deve necessariamente cercare di limitare la lunghezza di essi. Se dunque è un yod, quella consonante finale che precede la voce log (cioè la misura d'olio prescritta per il rito) potrebbe essere la terminazione consonantica della voce semitica 'kly (' כלי ), parola comunissima nella Bibbia, che significa 'recipiente' (22) in generale e che è attestato anche con la specificazione del materiale di cui è composto. Infatti, sempre in Levitico (6, 21) si dice: 'Ma il vaso di terra ( u-keli heres: ΑΓΓΟΣ ΟΣΤΡΑΚΙΝΟΝ) [la carne], '.
Quindi nel documento di Sa Serra 'e sa Fruca non c'è solo la misura  dell'olio (lg) specificata per il rito davanti al signore (YHH ILI), c'è anche il nome, in semitico, di 'recipente'. E nel Levitico, libro nel quale si parla di log, si parla anche di 'keli ostrakinon', cioè di recipiente cultuale in ceramica o terracotta .per i riti di Yhwh  Proprio come nel nostro caso: una ciotola in ceramica, un keli ostrakinon,  per contenere il log del rito di Ihh Il.


12.  Ricostruzione della scritta e  griglia con i requisiti della scrittura sacra dei nuragici per la divinità yhwh. - Completata tutta l'analisi possiamo a questo punto ricostruire tutta la scritta presente nell'oggetto cultuale (fig 14) e, per dovere di riscontro paleografico ormai obbligato, ricorrere e sottoporre alla  'griglia' anche il documento di Sa Serra 'e Sa Fruca. Eseguita quest'ultima operazione (fig.15) non  potremo che constatare che sussistono, per quel tanto che è dato sapere e vedere della scritta,  quasi tutti  i requisiti richiesti di norma in ogni testo scritto che voglia chiamarsi 'nuragico':

Fig 14
Fig 15


Conclusioni. - Dopo la lettura di  queste pagine le può trarre tranquillamente chi ci legge.
Resterebbe da commentare la pagina seguente del rapporto al Ministero, pagina incredibile e veramente assurda, sotto ogni aspetto, in quanto stilata e firmata non da una persona qualsiasi ma da un alto funzionario dello Stato. Ma preferiamo non farlo in questa sede  per non abbassare il profilo di una 'polemica' che intende rimanere il più possibile sui binari della normale dialettica (tu dici, io dico, altri forse diranno) ermeneutica  sulla natura di un reperto che, se le cose fossero andate come logica avrebbe voluto che andassero, oggi forse non sarebbe stato più oggetto discussione.
Ci sia consentito però almeno, perché tutti capiscano bene quanto il sottoscritto venga tirato per i capelli per intervenire,  riportare (21) - ma solo in nota, dato un certo procedere calunnioso, da leggere ma da dimenticare in fretta - le sole righe finali di uno 'splendido' rapporto. E chiudere pertanto con questa nostra postilla di 'esortazione' che merita invece forse di stare qui, in argomento. Perché la riteniamo organica alla nostra condotta di sempre e al nostro, modesto quanto si vuole,  ma pur sempre onesto impegno nello scrivere 'ora' queste e nell'aver scritto 'ieri' altre e non poche pagine sui documenti della storia antica dei Sardi;  e anche perché la riteniamo assai utile per cercare di dissipare, in qualche modo, il clima dei dubbi, dei sospetti, delle insinuazioni e di quant'altro si è contribuito egregiamente ad alimentare con lo sparare ad alzo zero sul mucchio.

Caro Sovrintendente, se lei è davvero in buona fede (cosa che fatico a credere), cerchi ora di fare fino in fondo il suo mestiere. Coraggio! Ha tutta la forza strumentale per farlo. Può farla dispiegare tutta a scopo di doverosa tutela. E' assolutamente necessario scoprire il più presto possibile e portare in un'aula di tribunale quel mascalzone che ha fregato, forse nottetempo, il servizio di vigilanza del museo Sanna di Sassari  e ha scritto con un punteruolo  la 'falsa' scrittura nuragica della cosiddetta 'fusaiola'  del Nuraghe Palmavera di Alghero;  oggetto una volta chiaramente anepigrafico perché i nuragici, per consenso unanime degli studiosi, non scrivevano. Costui non può che essere in combutta con quei 'personaggi', sottoscritto compreso (o il solo sottoscritto?), che tra le altre innumerevoli nefandezze, 'fabbricano deliberatamente false 'iscrizioni nuragiche'. Tutte false, falsissime, come ad abundantiam oggi certificano i 41 pannelli della Mostra Didattica di Macomer sulla scrittura antica dei Sardi.



Note


1)    Sul fatto non può tacere neppure il rapporto della  Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna a cura e a firma del dott. Marco Minoja (p.1): 'In quell'occasione egli [il dott. Costa] avrebbe mostrato una fotografia del reperto in argomento al prof. Giovanni Pettinato, allora docente di Assiriologia all'Università di Roma e intervenuto al convegno come studioso di orientalistica, che avrebbe espresso grande interesse per questo reperto sul quale comparivano alcuni elementi impressi di forma triangolare, tali da suscitare l'idea di segni di scrittura cuneiforme'. Si notino gli  'strani' condizionali in relazione (avrebbe mostrato...avrebbe espresso)  ad una circostanza realmente accaduta.
2)     G. Atzori – G. Sanna, Che alfabeto usavano i Sardi nuragici?; in Sardegna Mediterranea (rivista diretta da Dolores Turchi), 1999, Anno III, n.1 p. 8 e nota 11 alla p. 10; G. Sanna, Sardoa Grammata (2004). 'ag 'ab sa'an  yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, 6.14, p. 312, n. 6; G. Sanna, Mettiamo che non sia una simulazione. E non lo è; in gianfrancopintoreblogspot.com 15 Marzo 2010.
3)    Vedi il rapporto del dott. M. Minoja  alla p. 1. Le accuse di grave negligenza sostanzialmente vengono  scaricate sull'ispettore onorario e curatore del Museo di Senorbì dott. Antonello Costa ma risulta  poco o per niente credibile che la Sovrintendenza Regionale non fosse minimamente a conoscenza  di quello che in tanti sapevano e di cui, perlomeno, tanto si 'chiacchierava'.
4)    V. il rapporto del dott. M. Minoja alla p. 2 ( da noi interamente riportata).
5)    Il sign. Giorgio Cannas in questo stesso  Blog, con un articolo apposito, annunciò di aver telefonato al prof. Pettinato circa la presenza o meno del coccio scritto di Sa serra 'e sa Fruca di Mogoro . Questi rispose di ricordarlo (a distanza di quasi tre decenni!)  molto bene e di aver detto che, a suo parere, quelli non potevano che essere dei segni cuneiformi. 'Il coccio con chiarezza riportava, su una delle superfici, dei segni di scrittura ugaritica'.
6)    Della sua ponderosa bibliografia si vedano in particolare: “La tradizione del Diluvio Universale nella letteratura cuneiforme”, Bibbia e Oriente 11, 1969, 159-173; Ebla. Un impero inciso nell'argilla, Milano, 1979 trad. ingl. The Archives of Ebla. An Empire Inscribed in Clay, Garden City, New York, 1981; “Pre-ugaritic Documentation of Baal”, in Festschrift Gordon, New York 1980, 203-209; “Ebla e la Bibbia”, OA 19, 1980, 49-72 [Trad. “Ebla and the Bible”, BibAr 43 (1980), 203-216;   “La biblioteca di Ebla”, in F.M. Fales, Prima dell'Alfabeto, Venezia 1989, 72-77; Ebla. Nuovi orizzonti della storia, Milano, 1986 (trad. inglese: Ebla. A New Look at History, The Johns Hopkins Univ. Press, Baltimora, 1991;  Testi amministrativi di L. 2752 da Ebla (= MEE 5 = MVS 2), Roma 1995; .. Pettinato - F. D’Agostino, Thesaurus Inscriptionum eblaicarum, Vol. A/1 (= SVS 2.1), Roma 1995; Nergal ed Ereshkigal. Il poema assiro-babilonese degli Inferi, Introduzione di S.M. Chiodi. Accademia Nazionale dei Lincei, Memorie IX/XIII/1, Roma 2000;  E l’uomo cominciò a scrivere,. Collezione L. Michail, Milano 1998; La città sepolta. I misteri di Ebla, Milano 1999, trad. spag. Ebla: una ciudad olvidada. Arqueologia e historia, Trotta. Edicions de la Universitat de Barcelona;  La civiltà mesopotamica, Enna 1999; Nergal ed Ereshkigal. Il poema assiro-babilonese degli Inferi, Introduzione di S.M. Chiodi. Accademia Nazionale dei Lincei, Memorie IX/XIII/1, Roma 2000;  “All’inizio erano i segni del cuneo di Uruk”, in M. Moussanet, Duemila. Verso una società aperta, vol. III, Milano 2000, 20-24.
7)    G. Sanna, 2004, cit. 4, 1, p. 100; idem, Il codice di scrittura di Ugarit. Anche e soprattutto calendario. Lo confermano i cunei di Tzricotu; in gianfrancopintore blogspot. Com ( 1.6.2011)
8)    Tendenza questa di non pochi dei documenti nuragici che presentano 'forme' circolari. Si veda  come ultimo esempio il dischetto scritto del Nuraghe Palmavera di Alghero esposto nel Museo Sanna di Sassari. V. Aba Losi, Segni al museo Sanna di Sassari; in gianfrancopintore blogspot.com ( 5. IX.2011).
9)    G. Sanna, 2004, cit. 4, pp. 85 - 179.
10)    G. Sanna, I nuragici. Estrosi, anche e soprattutto con i numeri; in gianfrancopintoreblogspot.com (27. 5.2010).
11)     Sulla 'microscrittura', presente in particolare nelle tavolette bronzee di Tzricotu, nell'anello sigillo di Palllosu di San Vero Milis, nello spillone nuragico di Antas di Fluminimmagiore (quest'ultimo presentato in una recente conferenza tenuta in Senorbì dall' archeologo P. Bernardini)  v. in particolare ' Calligrafia e stile scrittorio. La microscrittura'; in G.Sanna, 2004, 11.7, pp. 437- 438 .
12)     Il disegno geometrico è del tutto organico alla scritta. Infatti, il cerchio nell'iconografia nuragica è sempre 'segno' della 'luce' (NR) solare e lunare assieme.  E' uno dei simboli  più alti , come dimostrano ormai decine di documenti, della forza vivificante del 'toro straordinario'  El Yhh o Yhwh (si vedano  ad esempio il cosiddetto 'brassard' di Is locci -Santus di San Giovanni Suergiu , le quattro tavolette di Tzricotu di Cabras, il secondo frammento fittile di Teti, oggi esposto in fotografia  alla Mostra Didattica di Macomer, la pietra di Santa Caterina di Pitinuri, la scritta della pietra di Ghilarza, la scritta della fontana (con gli antropomorfi)  di Dorgali, la scritta della pietra di Tortolì: documenti questi tutti  pubblicati e più volte citati in questo blog).  Come si dice più avanti nel saggio, i segni complessivi della scritta sono undici. Per la numerologia, costantemente seguita dagli scribi nuragici, l'undici non è proponibile e quindi bisogna trovare il dodicesimo 'segno' scritto. Che è appunto il 'pittogramma'  cerchio luminoso o NR che dir si voglia.  In teoria al suo posto uno scriba nuragico avrebbe potuto variare e mettere un disegno 'significativo' con dodici unità oppure scrivere, pittograficamente o con segni lineari, la parola NR (magari un serpente seguito da un lamed). Ma in questo caso i segni (a meno che non  ricorresse  all'espediente  dell'agglutinamento: due lettere, un segno) sarebbero stati 13, altro numero senza significato (così come l'undici) nella numerologia nuragica.
13)    G.Sanna, Scrittura nuragica: ecco il sistema. Forse unico nella storia della scrittura; in gianfrancopintoreblogspot. com (9.IX.2011 ).
14)    Si ricordi che nella scrittura nuragica la lettura è quanto mai varia e può  andare dall'alto verso il basso, dal basso verso l'alto, da sinistra verso destra o da destra verso sinistra. In  non pochi casi, per i documenti più antichi, la scrittura è bustrofedica o, meglio, a 'serpente' (scritta della Grotta Verde di Alghero; tavolette di Tzricotu di Cabras). Si dà persino un caso (stele di Nora) di lettura a 'ellisse' o 'a cornice'.
15)    Si vedano  ad esempio la scritta del tempio fallico di Samugheo ( G. Sanna, La Stele di Nora. Il Dio , il Dono, il Santo ( The God, the Gift, the Saint: trad. inglese di Aba Losi, PTM ed. Mogoro 2009, p. 93); quelle delle quattro tavolette di Tzricotu (G.Sanna 2004, cit. 4. pp. 84 -179, passim); della barchetta dell'Antiquarium arborense (fiancata); del  vaso di La Prisgiona di Arzachena; del  nuraghetto del Museo di Dorgali.
16)    Si vedano le tavolette A3, A 4, A5 di Tzricotu di Cabras (G. Sanna 2004, cit. 4. p. 125; 12. doc. 3 p. 505); il sigillo di S.Imbenia di Alghero (G. Sanna 2004, cit. pp. 290 -293).
17)    Attestato in periodo nuragico nel documento del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore (G. Sanna, Il documento in ceramica di Pozzomaggiore; in  L. Melis. Shardana. Genesi degli Urim, PTM ed. Mogoro 2010, pp. 183 - 168; idem; Il documento in ceramica di Pozzomaggiore; in gianfranco pintoreblogspot.com (2. 3. 2010). V. ancora G.Sanna, No, caro Pittau, così non va; in Gianfrancopintoreblogspot.com (22.3.2009); idem, Scritta vicina al Nuraghe Losa, sempre vista mai guardata; in gianfrancopintoreblogspot. com (31 VII 2009).
18)     Come si sa, anche perchè più volte spiegato anche in questo Blog,  il dio dei Sardi dell'età del Bronzo 'simile' a Yhwh, 'nazionale' come lui, era stato, in qualche modo, scoperto dal grande antropologo  R. Pettazzoni in  Religione primitiva della Sardegna  (Introduzione di G. Lilliu), Piacenza 1912;  passim, in part.  cap. 5, pp. 218 -219.
19)     'Sette' come risulta dal VT è il numero della 'santità. In nuragico si riscontra più volte e può essere sostituito dalla voce sa'an.  V. nota 16.
20)    Tradotto in greco nella traduzione dei LXX con ΣΚΕΥΟΣ, ΑΓΓΟΣ.
21)    ' Tuttavia nella loro azione, astutamente favorita dai mezzi d'informazione isolani e da inconsapevoli amministrazioni locali desiderose di radici più nobili e di generosi turisti stranieri, i vari personaggi coinvolti non perdono occasione per infamare le due Sovrintendenze archeologiche sarde, definite pubblicamente come covo di burocrati dediti solo ad eseguire superiori ordini politici  a danno della 'vera' identità storica dei sardi, e dunque a nascondere in magazzini inaccessibili e a riseppellire (sic!) nell'oblio i presunti documenti di verità inaccettabili del potere costituito. In questa azione, alcuni personaggi giungono ad impossessarsi di reperti autentici di varia età, erroneamente interpretati come testimonianze di scrittura nuragica, o addirittura a fabbricare deliberatamente false 'iscrizioni nuragiche' su tavolette di pietra e d'argilla, blocchi di pietra o addirittura su macigni di monumenti nuragici che avrebbero bisogno solo di ammirazione e di rispetto.
Quanto sopra è stato più volte esposto da questo Ufficio ai Crabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale con sede a Li Punti (Sassari) le cui indagini hanno portato ad almeno una denuncia all'Autorità Giudiziaria'.



 
Le “impossibili” follie dell'alfabeto PDF Stampa E-mail
Scritto da Atropa Belladonna   
Sabato 03 Dicembre 2011 16:21

di Atropa Belladonna

Mi proponevo scrivendo questo post di rispondere parzialmente al prof. Pittau. Epperò mi è venuto fuori proprio quello che lui non voleva vedere: un guazzabuglio millenario. Il professore mi boccerà di certo. Almeno spero che si diverta, per lo meno quanto mi sono divertita io. Inizierò dal lontano 1932:

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Quanto deve la scrittura nuragica ai neolitici? (II) PDF Stampa E-mail
Scritto da Atropa Belladonna   
Lunedì 28 Marzo 2011 07:33

di Atropa Belladonna
(vedi la prima parte)

Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”(Gv, 8:12)

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