| Libro, libro mio ma quanto mi costi |
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| Martedì 03 Marzo 2009 11:32 |
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di Francu Pilloni In un post dei giorni scorsi, Alberto Areddu osserva (con disgusto) da un punto di vista culturale i paradossi editoriali delle “fanzine” sarde, fenomeni che assumono l’aspetto di vere e proprie scorrerie se vengono analizzati in campo più propriamente economico. Scorribande che non violano nessuna legge penale o fiscale, tanto per essere chiari, ma che sempre bardane sono. Siccome i paradossi di cui si parla sono libri, è curioso vedere quanto costa oggi in Sardegna la produzione industriale di un libro medio, di circa 160 pagine, copertina a 4 colori, testo di un colore senza foto, rilegato con cucitura a filo refe in brossura (cioè non con copertina rigida), formato di circa 15x20 cm (o 14x21, oppure 13x22, o pressappoco): a) spese di editing (progetto grafico, impaginazione, codice isbn e vari): da 600 a 1000 euro b) costo delle matrici (pellicole o lastre): 300 / 500 c) costo della carta e della stampa 1000 / 1.800 d) allestimento (piegatura, cucitura, rilegatura, ecc.) 600 / 1.200 Il totale va da un minimo di 2.500 a un massimo di 4.500 euro, riferendo il costo minimo per un numero di copie che va da 1 fino a 300, nel senso che se uno chiede 100 copie, la spesa è quella, se ne chiede 250, magari gli aumentano di 500 euro, perché le spese a), b) sono identiche anche se si fanno 10.000 copie, mentre le spese d) sono la soglia minima per far entrare un testo in lavorazione (ci sono 2 sole aziende di legatoria in Sardegna e sono piene di lavoro!). Poniamo che l’autore del libro si faccia stampare 500 copie: ogni copia gli viene a costare 5 o 6 euro: se è bravo a venderle da solo, mettiamo a 14 euro a copia, ci guadagna sopra 3/4.000 euro. Se invece li fa distribuire nelle librerie da un distributore, questi trattiene per sé il 50 % almeno, se non anche il 55%: sempre in caso che li vendano tutti e non se ne perda neanche una copia e non se ne regali neanche una a nessuno, all'autore che si fatto stampare il libro ritorneranno 6.000 o al massimo 7.000 euro, naturalmente dopo mesi e anni, quando tutte le copie saranno vendute. In effetti, nella situazione migliore, guadagna 1.000 euro, altrimenti fa pari e patta o ne perde 1000. Se il libro lo stampa invece una casa editrice piccola o piccolissima, i conti non cambiano di molto perché c'è pure la spesa dei diritti d'autore (mettendo anche solo una decina volumi). Chi investe oggi 5.000 euro per vedersene arrivare in incasso 6.000 fra due o tre anni, sempre che tutto vada per il verso giusto? Allora l'editore piccolo o piccolissimo pensa: se ne faccio stampare 1.000 copie invece di 500, la spesa per ciascun libro sarà di 4,50 euro e non di 6 e l'incasso di ritorno sarà di 7.000 a fronte di una spesa di 4.500. Naturalmente il problema più grosso sta nel vendere tutte le 1.000 copie stampate. C'è un mercato in Sardegna per vendere 1.000 copie di un onesto libro medio? Si faccia un ragionamento: in Italia, un onesto libro medio ha in genere una tiratura iniziale di 3.000 copie, destinato a 60 milioni di potenziali acquirenti (ci mettiamo anche i bambini piccoli, tanto serve solo per fare la proporzione). Oggi in Sardegna non c'è editore che riesca a far distribuire i libri che produce fuori dall'isola e nessuno dei distributori sardi riesce a farlo in una qualsiasi delle città del continente. Ciò significa che, per rispettare le proporzioni del rischio d’impresa, se per tutta l'Italia se ne stampano 3.000, nella stessa proporzione di 60 milioni di italiani contro 1,6 milioni di sardi, in Sardegna si dovrebbero stampare 80 copie di ogni libro. Infatti è quasi sicuro che un centinaio di copie si riesca a vendere per ogni onesto libro sardo, sempre che costasse come quelli italiani, e cioè 12/14 euro. Ma, c’è un ma: se uno ne fa stampare solo 100 copie (ma anche 200) ogni libro costerebbe da 20 a 30 euro, cioè il doppio del prezzo di copertina. Pertanto, senza guadagnarci e per non perderci, se si dà al distributore, bisogna aumentare del triplo quel prezzo e proporlo alla vendita dai 40 euro in su, fino a 50 o anche 60 euro. Chi lo comprerebbe a quel prezzo? Si comprende che conti devono fare i piccoli o piccolissimi editori sardi? Diversamente, i libri stampati in 20.000, 30.000 e anche 100.000 copie dagli editori dei giornali, non solo costano 2 euro e anche meno a copia, ma hanno assicurata la distribuzione capillare con i quotidiani o con i periodici, a prezzo certamente minore del 50%, con pubblicità a basso costo, visto che usano i loro stessi organi di informazione per pubblicizzare le iniziative. Se si aggiunge che vengono scelti perlopiù i "classici" tra virgolette, nel senso che non pagano neppure i diritti d'autore in quanto scaduti, queste iniziative si traducono in un affare per gli editori dei giornali e un disastro per gli editori piccoli e piccolissimi. Se una persona qualsiasi non conosce i retroscena, è portato a paragonare i 14 euro del libro di un Pinco Pallino di cognome Porcu o Grussu, con i 7 euro del libro di uno che ha vinto il premio Nobel. Detto tutto questo, rimane da dire che quel Pinco Pallino di nome Grussu o Porcu è “casa nostra", mentre le iniziative degli editori dei giornali sono “cosa nostra": uccidono il mercato, rastrellano l'80% delle disponibilità delle famiglie per l'acquisto dei libri. Se poi Porcu Pinco o Grussu Pallino hanno scritto il loro libro in sardo... lascio il compito di fare il conto, censendo quanti dell'1,6 milioni di sardi sono pronti a comprare un libro scritto in sardo. E allora? Allora capita che l’autore si metta la mano in tasca e finanzi la pubblicazione. Altro che diritto d’autore! Ecco allora che comprendiamo meglio gli interventi di Gianfranco Pintore in cui stigmatizza che solo gli editori amici dei vari Soru che si sono succeduti hanno avuto la possibilità di pubblicare guadagnandoci sopra e di “valorizzare” gli autori della Nouvelle Vague, come l’hanno chiamata. E si comprendono anche le giravolte degli intellettuali che si apprestano a far legna sull’albero caduto. Nelle disposizioni che Cappellacci vorrà adottare per sostenere il mercato culturale in Sardegna, ci sarà posto anche per gli autori sardi? O dovremo rassegnarci a leggere le traduzioni strampalate degli autori italiani, visto che i manoscritti originali in lingua sarda resteranno giocoforza nei cassetti? Caro nuovo presidente, caro il nuovo assessore, le cose in questa terra si cambiano anche così: è la stessa linea per cui si preferiscono le statue di Monti Prama ai bronzi di Riace. Non per svalutare i bronzi, ma per rendere giustizia alle “cose nostre”. Che sono quelle di cui disponiamo, la facies con cui ci presentiamo al mondo. |