Gianfranco Pintore
Indipendenza: grande è la confusione e la situazione non è eccellente PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 03 Giugno 2009 11:05
Il bel dibattito sulle Europee in corso su questo blog è lentamente scivolato sui temi generali del diritto del popolo sardo ad essere rappresentato in Europa e su quelli ancora più generali dell’autodeterminazione. Vorrei sbagliarmi, ma trovo che nelle cose scritte dai miei interlocutori (che ringrazio e, mi credano, non per rituale) ci sia una qualche confusione che, dicono ad Orgosolo, est a pizas bàrias, a strati.
Nessuno nega al popolo sardo il diritto ad eleggere suoi parlamentari europei neppure con questa pessima legge che ci troviamo: basta che gli elettori vadano i massa a votare i candidati sardi più credibili, elettoralmente parlando, e avremo uno o due parlamentari europei. Il discorso sul “diritto” è naturalmente diverso: quel che si chiede è che in legge sia assicurata alla Sardegna non solo una circoscrizione autonoma, ma la certezza che dall’Isola escano due deputati europei.
Qual è la condizione indispensabile perché ciò accada? Il riconoscimento che il popolo sardo è titolare del diritto all’autodeterminazione? Stando al diritto internazionale i sardi possono già da subito esercitare questa loro facoltà. Il concetto di popolo sardo è costituzionalizzato sia nello Statuto sia con legge costituzionale. Il popolo sardo, insomma esiste e, in punta di diritto internazionale, può chiedere di autodeterminarsi fin da subito. Ed ecco qui la confusione che nasce, credo, dall’equivalenza stabilita non so da chi fra autodeterminazione e indipendenza.
Non c’è dubbio che la Sardegna indipendente avrebbe diritto ad essere rappresentata in Europa con ben più di due deputati, se si pensa che Malta (400 mila abitanti) manda a Strasburgo 6 eurodeputati.
La confusione sta, però, proprio in quella falsa equivalenza fra autodeterminazione e indipendenza. Dove è scritto che il diritto dei sardi “in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale” (Diritto internazionale) significhi indipendenza? Teoricamente, i sardi potrebbero, “in piena libertà”, rinunciare all’autonomia e chiedere una nuova perfetta fusione con la Terraferma.
Spesso l’autodeterminazione porta all’indipendenza, ma altrettanto spesso nei referendum di autodeterminazione hanno vinto gli antindipendentisti, lasciando, bene che vada, le cose come stavano. È il caso del Québec e di Portorico, isola dove si affrontano indipendentisti, autonomisti e persino partiti che vogliono incorporare totalmente l’isola negli Stati uniti. Detto questo, non mi pare che la situazione del movimento indipendentista in Sardegna sia almeno lontanamente paragonabile a quello che esistente nel Québec.
La sua costruzione è molto più che lenta, procede più per scissione che per aggregazione e il 51 per cento necessario per chiedere un referendum di autodeterminazione invece di avvicinarsi si allontana. Vorrei che solo per un momento pensassimo a che cosa succederebbe, in questa situazione di marginalità dell’indipendenstismo sardo, se il governo italiano (questo o il suo contrario poco conta) dicesse: “Va bene, avviamo, come chiede il Psd’az, il processo che porti al divorzio consensuale fra Sardegna e Italia”.
Questo vorrebbe dire che il governo italiano si prende il rischio di finire sotto accusa per attentato all’unità della Repubblica o che il Parlamento italiano si accinge ad abrogare parte dell’articolo 5 della Costituzione, ma ammettiamo che questo possa essere nell’ordine delle possibilità. Va de sé che nessun governo potrà prendere come espressione della maggioranza dei sardi, la richiesta di una parte. Ci vorrà la consultazione dell’elettorato sardo al quale si dovrà pur porre la domanda: siete d’accordo o contrari?
E nel mentre aspettiamo Godot, la trasformazione in 51% del 10 per cento scarso di indipendentisti (divisi fra chi considera popolo solo i proletari, chi vuole l’indipendenza nazionale ma non il nazionalismo, chi si richiama al sardismo e chi lo disprezza come rimasuglio della storia, etc etc), che facciamo? Sospendiamo la politica, la riduciamo al sogno di una palingenesi cui solo i puri e duri partecipano, continuiamo ad espellere dal popolo sardo quelli che votano un partito italiano, oltre l’80 per cento dei sardi, o cosa?
Non voglio convincere nessuno, ma io, per conto mio, continuo a pensare che l’essere umano sia un tantino più complesso di quanto suggerisca il colore delle sue mutande, della sua camicia, della sua eventuale tessera. Ho trovato insopportabili centralisti e accentratori fra i nazionalisti e molto più sopportabili nazionalisti fra chi, contraddizioni sue, magari ha votato Prodi o Berlusconi.