| Non cento: una sola ‘berritta’. E Lefisy c’è, ed è proprio Sant’Efisy |
|
|
|
| Scritto da Gigi Sanna | |||
| Mercoledì 11 Novembre 2009 17:43 | |||
|
di Gigi Sanna E’ stato già sottolineato da molti. E’ stata una bella serata quella della presentazione del mio saggio sulla Stele di Nora. Bella perché c’era moltissima gente e molto attenta, ma bella anche e soprattutto perché la qualità dei relatori (questa qualità avevo promesso ad alcuni amici)
è stata altissima. Due notissimi insegnanti d’Università, uno sardo e una ‘continentale’, che, come subito si è capito, non hanno accettato di recitare una parte secondaria per l’occasione e di intervenire solo al fine di incensare il sottoscritto o, come si dice da noi, ‘po affestare su santu de sa die’; ma per entrare nel merito del contenuto del libro, per giudicarlo, per sottoporlo a disamina e a ‘critica’, ‘senza sconti’ per nessuno. Soprattutto, doverosamente, senza sconti per gli amici, se davvero gli amici sono amici. Questo stile di presentazione (che forse a non pochi può aver recato un certo fastidio) aveva tenuto, come qualcuno ricorderà, sempre in Oristano, anche l’assiriologo Remo Mugnaioni dell’Università di Lione e di Aix en Provence, il quale, tra accordo e disaccordo, ma con insuperabile garbo polemico, sulla ‘scrittura’ nuragica (allora ferma, si badi, alla scarsa documentazione degli anni precedenti il 2004), aveva tenuto a ribadire (il primo suo pronunciamento infatti era avvenuto durante una mia conferenza all’Università di Lettere di Aix en Prvence) che per lui la mia traduzione sulla Stele di Nora (quella esposta su Sardōa Grammata), era da ritenersi del tutto credibile. Tralascio qui di parlare dell’intervento, molto dotto ma sempre lucido e intrigante (soprattutto nella parte relativa alla numerologia) della prof. Aba Losi, traduttrice, tra l’altro, del saggio in lingua inglese, perché le sue ‘osservazioni’, sempre rigorose e puntuali per riferimento, non hanno intaccato per nulla l’impianto, a suo dire ‘sistematico’, del mio saggio. Preferisco soffermarmi invece sulle obbiezioni fatte dal prof. Antonio Pinna (naturalmente, per brevità espositiva, su quelle che giudico le più importanti). Prima però intendo fare una breve premessa, che ritengo fondamentale, ai fini dell’esatta interpretazione e della traduzione stessa della Stele norense e per poter replicare, senza menare il can per l’aia, a chi ha mostrato qualche perplessità su questo o quel punto del libro. Sino a ieri la ‘filologia’ riguardante il documento di Nora, ritenuto dai più fenicio (anche perché scritto in caratteri fenici), si era basata su apporti e supporti linguistici e documentari ‘esterni’. Gli studiosi, cioè, non avevano potuto servirsi, perché non fruibili in quanto ritenuti inesistenti, di documenti scritti ‘sardi’ (o ‘interni’), contemporanei o precedenti il tempo della composizione della stele. Oggi però le cose, come in molti ormai sanno, sono cambiate e di molto. Più di cinquanta documenti, alcuni di notevole estensione, ci consentono di capire non poco della scrittura antecedente o molto vicina a quella della stele di Nora; ci chiariscono soprattutto certe tecniche di scrittura e la stessa raffinatezza degli scribi che quella particolare scrittura misero in essere per diversi secoli. Senza i documenti di Tzricotu di Cabras, di Perdu Pes di Paulilatino, di Aiga di Abbasanta, di Pitzinnu sempre di Abbasanta (e così via tutti gli altri), non è possibile capire niente di mix di scrittura, di scrittura ‘manifesta’ o a ‘rebus’, di scrittura ‘numerica’, di scrittura ‘con’, di alfabeti consonantici, di metonimie, di agglutinamenti semplici e non, di logo-pittogrammi, di acrofonia, e così via. Ora, se questi (ormai numerosi e indiscutibili) documenti si accettano e si studiano, senza pregiudiziali e con umile attenzione, la via per capire un altro documento sardo sulla base di documenti sardi (un testo, non si dimentichi, ritenuto da sempre enigmatico e quasi impossibile da tradurre), risulta, a mio parere, molto più agevole e, direi, molto più sicura. Altrimenti se non si accettano le cose restano come prima, si rimane ‘avvitati’ e non si avanza di un millimetro. Veniamo ora alle note critiche dell’amico Antonio (obbiezioni alle quali non ho potuto rispondere a dovere, stante l’ora ormai tarda, e che ho potuto riprendere e commentare con agio solo durante l’ora del corso di Epigrafia nuragica del giorno dopo nella sede Pirina). Supero subito l’obbiezione riguardante il fatto che segni pittografici acrofonici (’aleph, šamaš) si sposino a segni ‘ormai’ lineari, non più pittografici, dell’alfabeto fenicio. La risposta sta nella suddetta premessa: segni fenici (arcaici) lineari si trovano assieme a segni pittografici in altri documenti nuragici, come ad es. nel ciondolo di Allai da me commentato (anche in questo Blog, qualche mese fa). Si sposano anche, con chiarezza, nella nota scritta ‘protocananaica’ di Nora 2, documento del CIS ripubblicato e commentato dal Cross (1974) e ripreso successivamente dal Naveh (1982). Seconda obbiezione del relatore: risulterebbe ‘dubbia’ la lettura della seconda linea (in realtà la terza) W GRŠ, in quanto, se ritenuto toponimo, avremmo dovuto aspettarci un altro ‘beth’ (prep. ‘in’) prima di esso. Cioè l’incipit (che poi incipit non è) del documento avrebbe dovuto darci b trss w b grs (trad.: in Tharros e in Cornus). Ora io non intendo discutere (ma comunque prima bisognerà provarlo e bene) con un semitista di tal valore (e come potrei?) il fatto che sintatticamente le cose possano stare così; mi permetto solo di fare a mia volta due obbiezioni. La prima è che il ‘nul’ (la luce solare) ricavato nella prima linea, ovvero l’appellativo del dio, può essere riferibile (stilisticamente) ad una sola entità geografica, ad una specifica unità, anche se composta da due città. Cioè il Dio solare è ‘Dio di Tharros e Cornus’ e non ‘Dio di Tharros e Dio di Cornus’. D’altro canto non si possono non citare, per quanto riguarda la ‘coppia’ delle città e dei luoghi che formano una ‘unità’ in scritti egiziani e fenici, formule antichissime testuali, molto comuni, come il ‘RA faraone dell’Alto e del Basso Egitto oppure ‘il re Et-Baal, re di Sidone e di Tiro (1 Re, 16 -31). La seconda sta nella considerazione che il ‘waw’ iniziale della seconda (ora terza) linea resta ben fermo perché attestato in tutta chiarezza nella scritta (identica per lettere alfabetiche e per contenuto alla stele norense) del coccio di Orani 1. Non vale dunque invocare il NGR della, peraltro ormai vecchia e superata, ‘riflessione’ di Delcor (Syria, 1968) che traduce NORA con la caduta della velare (NOGRA>NORA); e non vale pertanto il riferimento al toponimo NUGORO che non dà affatto il recente (italianizzato) Nùoro, ma l’antico NUKORO/NUHORO (con l’accento sulla ‘o’ mediana), stando almeno ai vecchi sardo parlanti della capitale barbaricina. Seconda (e molto più importante ) obbiezione: ‘C’è difficoltà ad accettare la lettura Lephisi’, si afferma, sulla base di una ‘certezza assoluta’ di natura grammaticale. Infatti si aggiunge che non si può leggere ‘ dono ‘per’ (al) il figlio di NGR LEPHISY, perché mancherebbe il ‘lamed’ della preposizione semitica che significa ‘al‘. Vero questo, verissimo, e me l’aspettavo; e la mia risposta durante la presentazione è stata -devo ammetterlo- non troppo convincente (il dono ripetuto due volte, una volta sott’inteso: dono dei Norani ( ‘per’). (dono) ‘che appartiene’ ovvero ‘del’ figlio di NGR LEPHISY. Insomma ‘dono per chi e poi dono di chi’. Per fortuna però lo stesso relatore, con il suo intervento, soprattutto a motivo del ricorso al puntatore luminoso, impietosamente collocato nello spazio del documento che avrebbe dovuto accogliere il ‘lamed’, mi ha suggerito improvvisamente, la soluzione dell’aporia grammaticale. Soluzione però che ho limato più tardi, una volta giunto a casa. Nel dare il testo alla stampa avevo già messo nel ‘conto’ dei dubbi dell’interpretazione generale della Stele una stranezza nella scritta: l’agglutinamento delle lettere nella scritta veniva offerto solo ‘due’ volte. Perché non ‘tre volte, come imponeva la ‘logica’ scribale d’impianto scrittorio –stilistico; quella riscontrata tante volte e che, con il ricorso continuo al numero ‘sacro’, dà l’impronta simbolica a tutta la Stele?
Ho riguardato dunque subito la più antica delle fotografie (di quelle di cui sono a conoscenza) della Stele: la lettera ‘šin’, proprio il segno che precede il BN NGR (figlio di NGR), reca chiaramente agglutinato (accorpato) il segno del ‘lamed’ (v.fig.). Segno preposto, si badi, e non posposto perché il ‘lamed’ nella scrittura regressiva, ‘deve’ essere letto per primo. E lo ‘šin’ allora che ci fa? Semplice. Lo ‘šin’ in questa prima lettura non conta, non va letto; conta invece nella seconda, in quella ‘a cornice’, come ognuno può tranquillamente verificare. E per essere sempre chiari e convincenti sino in fondo su ogni aspetto della scrittura-lettura, aggiungiamo che stavolta le lettere non sono agglutinate, come di norma, per far parte di una ‘sola’ sequenza di una sola lettura, ma per far parte di due letture. Basta infatti riconsiderare le altre due legature presenti nel documento e capire perché sono state congegnate in quel ‘preciso’ modo. La prima, alla linea 4 (in realtà alla 5) ci dà il segno ‘mem’ legato con uno ‘šin’ (arcaico), la seconda, alla linea 8 (in realtà alla 9) ci offre il segno di ‘sade’ accorpato ugualmente ad uno ‘šin’. Ma se si nota, nel primo caso il ‘mem’ precede, perché più in alto (e fa parte della prima lettura), lo ‘šin’ segue perché più in basso (e fa parte della seconda lettura); nel secondo caso il ‘sade’ precede ugualmente uno ‘šin’ perché più in alto (e fa parte della prima lettura), lo ‘šin’ segue perché fa parte della seconda lettura, quella che abbiamo chiamata ‘a cornice’. Dunque, come si vede, il semplice ‘dettaglio’ epigrafico del nuovo, non scorto, agglutinamento (‘lamed’ + ‘šin’), che nessuno credo possa mettere in dubbio (tanto esso è evidente), non solo ha sciolto la difficoltà grammaticale, motivo dell’obbiezione (solo apparentemente ben fondata) dell’esperto relatore, ma nello stesso tempo ha confermato, ce ne fosse bisogno, l’esistenza di una ‘seconda’ lettura e quindi, per logica ‘numerica’, anche quella della ‘terza’ (con l’incredibile presenza del NNY (nonnoy) del paleosardo non semitico). D’altro canto, se si osserva con la dovuta attenzione, anche i ‘lamed’ iniziali delle ultime ‘tre’ linee risultano ‘tre’. L’agglutinamento delle altre tre lettere (‘mem’, ‘lamed’, ‘sade’) avviene sempre con ‘tre’ ‘šin’ Sarà solo un caso? A questo punto, stanti tante ‘combinazioni’, crediamo proprio di no. Crediamo invece che abbia davvero ragione Aba Losi quando suggerisce che si debba ormai procedere, senza esitazioni, ad uno studio mirato e sistematico della complessa numerologia nuragica. Anch’essa, come ci ha fatto capire, di sicura ascendenza orientale. E per concludere e rifarmi d’essere stato ingiustamente - diciamo così – un po’ ‘strapazzato’ mi si consenta di dire, anche in omaggio al sardo antico della Stele: nono. Non prus chentu concas e chentu berrittas. Una berritta ebbia. Che sia di buon augurio per noi Sardi? |




