Diario di viaggio di un ambasciatore della pittura sarda PDF Stampa E-mail
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Domenica 22 Novembre 2009 08:35

di Diegu Asproni

Quando Antonella Riem Natale, preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Udine, ai primi di luglio mi invitò a presentare i miei dipinti e il mio documentario Sa terra e su chelu

alla Conferenza Internazionale Id-Entities del 9-10-11 novembre, provai un sentimento di gioia grande perché il mio lavoro veniva così chiaramente valorizzato.Sentivo anche l’onore e la responsabilità di rappresentare culturalmente la Sardegna in un luogo dove avrei incontrato artisti Friulani, Turchi, Cheyenne, Siciliani, Aborigeni Australiani.

Pensai subito a Tomasella Calvisi che con le sue voci e suoni aveva curato in modo egregio la colonna sonora di Sa terra e su chelu; così eravamo in due a con-dividere questo onore portando in Friuli tradizione e creatività.A settembre misi da parte affreschi, encausti e disegni. Poi selezionai i colori che avevo raccolto negli ultimi tre anni: le ocre gialle degli altopiani, le terre rosse delle pianure, i verdi del Logudoro, le ematiti delle zone minerarie, i neri delle isole. Il 25 settembre con l’aiuto degli amici minatori avevo trovato il bianco. Raccoglierlo è stata una bellezza, documentata da Massimiliano Caria, fotografo di Alghero. Finalmente, il 6 novembre a Udine, con l’aiuto di Tiziana Pers, Augusto Mannoni e Tomasella Calvisi la mostra era allestita.

Foto bianco

Nella sala delle conferenze del palazzo Antonini, dopo la presentazione dell’antropologo prof. Gri, il pomeriggio del 9 novembre viene proiettato Sa terra e su chelu. Subito dopo ha inizio il canto di Tomasella Calvisi, artista di Bitti che da anni vive a Firenze e porta in tutta Europa la tradizione della Sardegna. Tomasella, seguendo il tema della conferenza (l’identità, il sacro femminile e la dea madre), canta alcune ninna-nanna e conclude un canto finale con una sala che ascolta in religioso silenzio.

In palazzo Florio, sede delle mostre, incontro gli artisti Friulani Anna Maria Fanzutto e Guglielmo Zanette, Isabella Pers, Bernarda Visentin e Erika Di Bortolo Mel. Nella stessa sala, accanto ai dipinti e alle mie terre, iniziano a dipingere seduti gli amici aborigeni Djalu Gurruwiwi, sua moglie Dopiya e sua sorella Dhanggal. Nasce in modo semplice un incontro che non dimenticherò mai: Dopiya e Djalu mi chiedono di poter usare le terre della Sardegna. Prima i rossi, poi le ocre gialle: è una festa del lavoro e dell’amicizia. Pesto e raffino colori sardi con una pietra friulana.

Continuiamo così per due giorni, lavorando e parlando, aiutandoci con i gesti e con gli interpreti che non mancano. In questo modo conosco un poco il loro mondo e la loro terra: la loro è la più antica civiltà del pianeta.Dipingono a forti contrasti di nero, rosso, bianco e giallo, tele completamente astratte che rappresentano la terra, gli animali, i fenomeni naturali. A fine giornata si fermano e Djalu con il Didjeridoo suona e mima le figure dipinte.Djalu, che con la famiglia abita nella sua casa vicino al mare nel villaggio di Yrkala ad Arnhem Landa (territorio del nord) Australia, e’ un creatore e suonatore di Didjeridoo conosciuto in tutto il mondo.

Guida spirituale della sua comunità ha appreso i segreti dello strumento e della cultura aborigena seguendo il padre Monyu. Come autorità religiosa ha la responsabilità di custodire le conoscenze e le pratiche sacre del didjeridoo. Parlando e vivendo vicino a loro, vengo a sapere che parte della loro terra è occupata abusivamente dalla multinazionale mineraria della bauxite Nabalco. Loro sono dei raccoglitori, pescano, coltivano piccoli orti, realizzano dipinti per vivere, non conoscono la proprietà, resistono al colonialismo australiano. Mentre continuano a dipingere chiedo perché insistano nel ripassare tante volte con lo stesso colore nello stesso punto. Dhanggal mi dice che “la terra non può essere divisa, è la terra unita che tiene uniti gli uomini”.

Ocra

Nella tre giorni che prosegue ho tempo per conoscere Stefano Spoto, siciliano, studioso del Didjeridoo e della tradizione musicale siciliana, Alessandra Burelli, ricercatrice dei miti friulani, Renata Dolce dell’Università del Salento, Paolo Bartoloni dell’Università di Galway (Irlanda), Luisa Sello musicista dell’Università di Trieste e tanti altri. Incontro la naturale gentilezza di Tiziana e Isabella Pers, artiste che hanno esposto alla Biennale di quest’anno, il serio impegno di Rossella Ret e l’ospitalità fraterna di Luigi Natale, sardo di Orotelli, docente all’università di Udine, totalmente impegnato nell’organizzazione del convegno assieme alla moglie friulana Antonella Riem.

Un pomeriggio nella sala delle conferenze, dopo aver seguito le danze della Valle Resia, Djalu e sua moglie, con il volto dipinto di bianco, danzano al suono del Didjeridoo. E’ grande la mia emozione: il bianco del volto viene dalla Sardegna. Ecco, se posso esprimere in poche parole il significato di questo mio viaggio in Friuli, direi che per gli uomini è facile incontrarsi e conoscersi tutti; basta donare un pugno della nostra terra perchè gli altri possano realizzare l’immagine del loro mondo. Sembra niente, ma per me è stato un grande dono.

Ed è con i doni si è chiuso questo viaggio: io consegno loro una copia del documentario Sa terra e su chelu, da loro ricevo un dipinto che conservo e che mi accompagna.